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La “faccia etica” degli ultimi trent’anni del secolo scorso, la sua coscienza intellettuale, culturale, civile, nel bel libro di Corrado Stajano “Maestri e Infedeli”
 

Non nascondo che mi riesce difficile parlare dell’ultimo libro di Corrado Stajano, Maestri e Infedeli, con la serenità del comune lettore talmente l’affollarsi dei ricordi, l’intralcio delle emozioni causano una sorta di turbativa razionale: di fatto i casi della vita hanno intrecciato la mia attività professionale con quella dello scrittore e giornalista e tanti, davvero, degli “eretici” da lui intervistati ho anch’io conosciuti e amati e molti ora rimpianti. A partire dal primo, così determinante per me e per il mio avvenire, Carlo Emilio Gadda, incontrato nell’estate lontana del 1966, da laureando, in quella casa da “impiegato d’ordine” come dice Stajano, di via Blumenstihl, a Monte Mario, con quel timore verso l’estraneo e goffaggine di cui a poco a poco liberarsi col succedere di una quasi confidenza. E Attilio Bertolucci, non solo un grande poeta, ma anche una straordinaria figura di letterato, internazionale di cultura quanto casalingo d’abitudini, in quel suo continuo moto a luogo circoscritto tra Casarola (Parma), Fiascherino (Lerici) e Roma, via Monteverde Vecchio: ore indimenticabili ad ascoltarlo parlare delle sue scoperte, delle sue letture amate: fu lui, tra l’altro, a segnalarmi a Livio Garzanti; è grazie a lui, quindi, e al caro amico Giuseppe, suo figlio, che, lasciata l’università fiorentina, iniziai a Milano la carriera editoriale. Ma come dimenticare Oreste del Buono e i tanti trascorsi di lavoro insieme, o gli appuntamenti con Cesare Garboli nella sua villa – un po’ “giardino dei ciliegi” anche se erano meli – di Vado di Camaiore, o le risate asmatiche di Carlo Dionisotti nel suo studio di Hempstead, o le furie improvvise di Paolo Volponi, le esibizioni egocentriche e immensamente divertenti di Mario Soldati, la raffinata gentilezza di Alessandro Galante Garrone, la travolgente comunicativa di Gianandrea Gavazzeni, o i sottesi divertiti sospetti di Alberto Cavallari, quando, lui direttore del Corriere e io vicedirettore della casa editrice, sull’azienda Rcs incombeva l’ombra malevola del mio omonimo Licio Gelli. E potrei continuare ancora a riempire la lista, perché con molto più della metà dei sessantuno protagonisti incontrati dall’autore ho avuto frequenti contatti di lavoro, talvolta anche faticosi e spigolosi, il più delle volte però emozionanti, indelebili. Mi perdonerà quindi Corrado Stajano se, partendo dal suo libro, ho finito col parlare di me; ché non si fa, è scorretto e irritante. D’altra parte, la sua raccolta, i suoi ritratti del Novecento non abbisognano di commento critico, di recensione, ma solo di essere segnalati e consigliati al lettore che voglia conoscere, nell’arco degli ultimi trent’anni del secolo scorso in progressiva in-coscienza, la “faccia etica” di quel secolo, la sua coscienza intellettuale, culturale, civile. Pochi, credo, sono rimasti fuori dall’attenzione vigilissima di Corrado, che del resto a quella sequenza di nomi appartiene, come attestano i suoi libri, da Il sovversivo (1975) ad Africo (1979), a Un eroe borghese (1991), a Patrie smarrite (2001) e tanti altri. Questi incontri, nati nell’occasionalità giornalistica ma per nulla occasionali, acquisiscono nel tempo e nell’accostamento un risvolto e un valore documentario, struggente e gratificante al contempo, di una storia italiana reale, parallela e opposta a quell’altra storia, irreale, contrabbandata da troppa televisione: le voci misurate e sicure dei tanti scomparsi e dei pochi presenti incidono e vanificano l’insopportabile blaterare dei talk show destri e sinistri. Il merito è dell’appassionata acutezza del giornalista che, in poche pagine, non predetermina l’intervista ma riesce a ritrarre, a cogliere l’essenziale di ogni personaggio, a fermarlo per noi nella sua insostituibilità. In ultima analisi, un maestro anche lui, Corrado, un grande vecchio, come rivela il risvolto di copertina, Cremona 1930; eppure, a incontrarlo per strada, gli daresti senz’altro venti anni di meno; come se l’intelligenza, la passione e la capacità di indignarsi di sempre lo preservassero anche dagli acciacchi dell’età.
Al grande giornalismo, sempre preciso e informato, di uno Stajano se ne contrappone oggi uno impreciso e disinformato. Anche perché tutti si occupano di tutto. Un esempio: sulla stampa del mese scorso grandi articoli sulla coppia di giallisti svedesi Maj Sjowall e Per Wahloo, autori di una serie di romanzi ambientati nella Svezia degli anni Sessanta e aventi come personaggio il poliziotto Martin Beck. Sellerio li sta pubblicando ultimamente, probabilmente su consiglio di Andrea Camilleri, che in un suo romanzo racconta che Montalbano li leggeva con passione. La giornalista che ne parlava, per altro una bravissima musicofila, dimostrava di non aver la minima idea di chi fossero questi due. Mentre in Italia tutti coloro che leggono i gialli da qualche lustro li conoscono bene, perché quasi tutti i loro romanzi sono già stati pubblicati e ripubblicati. Fino a pochi anni fa si potevano trovare sempre, a prezzi scontatissimi, nelle edicole delle stazioni. Maj Sjowall e Per Wahloo scrissero insieme (vivevano more uxorio, ma in Svezia anche allora si poteva fare) la serie col poliziotto sunnominato che ebbe un successo internazionale. Poi nel 1973 Wahloo morì e lei credo continuò da sola (oggi è una benportante signora di 73 anni). Di Per Wahloo da solo, la Mondadori pubblicò nel 1963 Ripulite la piazza. Quasi tutti i thriller della coppia, con a capo Martin Beck, furono pubblicati da Garzanti, grazie alle indicazioni di Oreste del Buono. E Il poliziotto che ride, nel 1973, vinse tra l’altro il Premio Gran Giallo di città di Cattolica. Io, allora, li leggevo con grande divertimento. Erano tradotti mirabilmente da Hilia Brinis, una straordinaria traduttrice, oggi scomparsa. Ecco, mi viene un dubbio, che è quasi una certezza: probabilmente furono tradotti dall’inglese. Meritoria quindi la Sellerio a ripubblicarli, anche in edizione filologicamente corretta, ma bisogna anche ricordare meriti e fiuto del grande Oreste.

 


 

 

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