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Intervista a Frankie Hi-Nrg. Nel grande universo tra il battere e il levare
di Riccardo Bertoncelli
 
Sanremo č stato un accidente, il vero Frankie č quello dell’album nuovo: un viaggio nell’Italia del precariato, dei mostri tv, dei nuovi trasformisti “anonimen”
 

Se una notte d’inverno un pronipote, facciamo nel 2058, si imbattesse in questo nuovo disco di Frankie, Deprimomaggio, avrebbe la foto nitida e dannata degli anni italiani che stiamo vivendo. Troverebbe l’amara ironia e il tossico stupore dei ventenni e trentenni che non capiscono e intanto arrancano, si arrangiano, si arrapano, si arrendono, e coglierebbe il senso di alienazione e perdita del futuro che non è più una scomoda ipotesi ma una vera ossessione collettiva. Scoprirebbe una generazione “che ci ha le pezze al culo e se le chiama decoupage” e vive con i “pugni in tasca, stretti per la rabbia, nascosti per paura”. Stanerebbe i piccoli mostri quotidiani che abbiamo rimosso, credendo di averli addomesticati o negandone l’esistenza, in realtà al caldo dell’apparecchio tv pronti a offrirci i loro squallidi servigi.
Non è poco per un disco di musica cosiddetta “leggera”, e non è poco neanche per Frankie, che la realtà l’ha sempre cantata dai giorni di Fight da faida e Quelli che benpensano ma qui sembra particolarmente ispirato e paradossalmente dimostra che si rappa bene anche a quarant’anni, forse meglio che a venti – e senza la benzina degli stereotipi coatti, solo con antenne lunghe, il laser del cervello che non smette di cercare e il temperino dell’ironia che affila le parole.
Frankie mi piace, anche se trovo che con la musica potrebbe osare di più, anche se le parole sono un moto ondoso troppo impetuoso, che se non fai attenzione rischi la rianimazione. Mi piace quando è chirurgico (lettera e metafora) in Squarto uomo, dove racconta la miserabile fame di fama che rode gli “anonimen” nelle pieghe profonde del Paese Italia – “qui nella provincia poco resta, basta un arresto per far festa: due telecamere e un’inchiesta che si fotomontano la testa”. Mi piace quando esagera come in Direttore, dove un lavoratore tipo allo stremo del curriculum scrive all’ufficio “Gestione risorse umane commestibili” e si candida “per un posto come vittima”; o in Precariato, dove il lavoro consiste nell’accollarsi la colpa di uno dei tanti misteri insoluti d’Italia. “I posti qui non mancano e non mancheranno mai: faccio la valigia abbandonata alla stazione parti time”.
Ma soprattutto Frankie mi piace per come usa le parole, per come ci gioca e vola, per come rima di fino o di autoscontro. Finalmente poi uno che conosce la metrica e la rispetta – ecco trovato l’anello di congiunzione tra la generazione dei precisi (i Guccini, i De André) e quella degli sciatti (i Mondo Marcio, i Fabri Fibra).
Cominciamo da qui.

“Be’, mi stai dicendo una cosa tipo ‘complimenti per la punteggiatura’. è come dire a un imbianchino che ha fatto bene il suo mestiere solo perché non ha sbavato. Dovrebbe essere la normalità, no? Poi è vero che molti vanno in derapata, e che la derapata andrebbe controllata. C’era quel rallysta finlandese che sosteneva che l’auto doveva muoversi ‘per moto fluido’ sulla superficie. Bello, giusto, credo valga anche per le parole. Io cerco un flusso fluido, sono attento fino alla paranoia. Ogni misura è composta da 16 tick, e faccio in modo di mettere una sillaba o una pausa in ogni tick. Lo spazio a disposizione lo percepisco come una carta millimetrata con dei limiti, non come un canovaccio libero. In realtà è diffuso il metodo opposto, e non è che manchi di nobiltà. Certi Mc americani sono bravissimi a stare seduti sul ritmo o a spingerlo, o ad anticiparlo; e lo stesso accade ai musicisti, alcuni sono assolutamente matematici, altri hanno scarti istintivi, errori geniali, derapano in quel grande universo che sta tra il battere e il levare.
“Poi c’è il mondo altrettanto vasto di quelli che molto semplicemente ce provano e gna fanno.”

Ci metti molto tempo a rifinire le tue canzoni?
Non sono in grado di fare tabelle o stabilire durate medie. Però sì, io non sono come Jay Z che entra in studio e inizia a dire cose e gli viene buona la prima senza avere scritto nulla, andando a parare in un fenomenale flusso di coscienza con una bravura da giù il cappello – se davvero è come dice, be’, è lui l’imperatore dell’hip hop. Io invece scrivo tutto, e siccome sono appassionato di enigmistica divento certosino, faccio le pulci fino a disperarmi. è una croce e una delizia, ogni tanto riascolto vecchie pagine e trovo parole imprecise che, a starci sotto cinque minuti, cinque ore, tre giorni, avrei potuto migliorare – allora mi mangio le mani. Ho la sensazione che più vado avanti con gli anni e meglio è; non dico che i testi siano più belli, dico che funzionano meglio. Mi sento un orologiaio svizzero sempre più dentro ai suoi meccanismi e bilancieri, è l’immagine che preferisco.

Che mi dici della musica? Io sono rimasto colpito da Chicco e Spillo, una spremuta di Jimi, Sly Stone, Temptations, Santana, una cosina da primi anni 70 quando tu andavi ancora all’asilo. Ci sono quei suoni nel tuo immaginario?
Be’, quella musica l’ho recuperata dopo, è vero, il pezzo che tiri in ballo ha quel feel. Però in generale l’ispirazione più forte di questo disco me l’ha data l’ingozzata di colonne sonore che ho fatto negli ultimi tempi, soprattutto poliziotteschi e western italiani. Autori non tanto ricordati come Franco Micalizzi, Stelvio Cipriani, il maestro Pregadio, e pagine minori di un mito come Morricone, certe sue perle nascoste. Insisto su Micalizzi, ho visto il dvd di uno spettacolo che è andato in giro per teatri, uno show dove lui dirigeva l’orchestra con musiche sue, più ballerini e rapper – Gli originali. Un dvd da paura, la dimostrazione che in Italia abbiamo tutti gli elementi per fare l’hip hop, compresa la musica: campionando le nostre canzoni, scratchando i nostri vinili, rappando in lingua italiana. Siamo fieramente autonomi, abbiamo tanto da regalare al mondo.

Stupiscimi con altre passioncelle. Musicalmente mi sembri un onnivoro...
Nonnivoro, vorrai dire – nel senso che mi nutro volentieri di musica vecchia. Buscaglione, Carosone, tutto quel mondo di canzoni ironiche, teatrali, per certi versi antesignani del rap. E poi Gaber, De André – la grande precisione della parola e il grande fascino dei silenzi. Mi cibo anche di elettronica ma non quella sperimentale, che mi costringe a pormi in una posizione di “ascolto”. Mi piacciono i Chemical Brothers, specie quelli delle facciate B, quelli che chiamano “Electronic Battle Weapons”, armi di battaglia realizzate per vincere ai rave. Poi naturalmente l’hip hop, c’è Doctor Octagon che mi fa impazzire, c’è un produttore americano che si chiama RJD2 e parte da minuscoli pezzettini che si trasformano in carovane da battaglia. Ma guarda, un po’ di tutto. Un classico come Gainsbourg e una nuova come Amy Winehouse, ecco, lei mi fa impazzire: zozza, ’mbriaca, zingarona nel senso più bello e genuino del termine. Il suo ultimo disco mi ha incantato. Una base polverosa, ovattata, e la sua voce sopra, come una vetrofania applicata a una vecchia auto.

Dimmi qualcosa di politicamente scorretto sui rapper italiani che vanno per la maggiore
Ma no, dai. Ci sono molta sopravvalutazione, molta banalità, ma preferisco dirti che per esempio da Napoli arrivano belle cose. I Co’ Sang sono bravissimi per esempio, raccontano storie vere, che vivono e vedono, senza avere bisogno di fare i gangsta. Usano la lingua napoletana, che è adattissima, sono eredi naturali di quello Speaker Cenzou di San Gaetano che è stato uno dei più grandi rapper che abbiamo avuto in Italia – uno che ci metteva dolcezza, amore, simpatia, passione, e anche lui aveva fatto la scelta della lingua napoletana.

Credi di essere un maestro per le generazioni più giovani, se non altro per via della tua esperienza?
Un po’ mi piacerebbe pensare di esserlo... ma dico così perché in realtà non lo sono. Nella scena italiana vedo una tendenza a emulare piuttosto certi personaggi che si propongono con una immagine hard core, che dicono parolacce, che si pongono ai margini della legge. Io la chiamo “l’epica dell’hip hop” - la mitologia del migliore che deve passare attraverso le tragedie della vita per trionfare piuttosto che il reietto che si avvolge nella propria emarginazione e ne fa la sua bandiera. Che dire? Che è uno stereotipo, con risvolti anche buffi. Basta che hai vissuto qualche anno in una casa popolare e sembra che hai subito le peggio cose della vita. è una bella lotta al negativo tra questi rapper epici e altri intellettuali, che usano parole sofisticate per non dire nulla. Ce n’è un sacco in giro e ti confesso che non ci capisco un cazzo.

Tu frequenti la scena hip hop italiana praticamente dalle origini. Come la trovi cambiata?
Ma sai, agli inizi era una delle espressioni adottate da un movimento nuovo che fioriva dappertutto: era la Pantera, erano il Leoncavallo, Forte Prenestino, i centri sociali e i movimenti studenteschi. Sembrava un movimento compatto, e per i media era facile, riconoscibile, c’era così tanto sugo che dovunque lanciavi il tuo tozzo di pane facevi comunque scarpetta. A ripensarci mi vengono i brividi, per come tutto allora era vicino – i Mau Mau, i 99 Posse, gli Almamegretta. è stato veramente un momento felice, c’era un senso di comunità, di appartenenza che oggi si è perduto. Le Posse salentine che con fierezza rivendicavano la propria lingua, i Pitura freska con lo stesso orgoglio locale da tutta un’altra parte d’Italia – è stata una stagione speciale. Parliamo ormai di quasi vent’anni fa, e siccome non mi piace fare nostalgia volgo questo discorso al futuro e dico: chissà che questi semi non abbiano attecchito e che sotto non stia nascendo qualcosa di altrettanto potente, uno spirito nuovo che ci travolgerà tutti, che ci scalzerà, diciamolo pure – tutti, me compreso, sono i diritti del sangue giovane contro chi è più vecchio.

Siamo riusciti a non parlare di Sanremo e sono contento.
Sappi solo che al festival non mi ci hanno deportato, l’ho voluto io. Anzi, due settimane dopo che mi ero proposto mi hanno richiamato increduli: “Ma dicevi sul serio o scherzavi?”

Non scampi invece alla domanda sulle elezioni. Un pezzo come Rap Lamento, lo ritieni ancora attuale? Pensi che davvero “nel nostro Stato il campionato viene giocato solamente da due squadre con maglie identiche”?
Guarda, comincio a pensare che non siano due squadre con la stessa maglia ma una squadra sola – qualche giocatore porta la maglia da partita, qualcun altro quella da allenamento. Non ho fiducia in nessun attuale rappresentante degli italiani in Parlamento, e non ho fiducia in nessun ministro, che poi qualcuno mi deve spiegare perché i ministri li pescano sempre tra i parlamentari, ma che li prendessero dalla società civile, che sarebbe meglio. Però dai, non voglio fare Grillo... Dico solo che non c’è nessuno a cui darei la mia fiducia, ma molto meno, nessuno a cui farei parcheggiare la macchina – e non perché ho paura che potrebbero rigarmela, no, la mia paura è che la rubino e la rivendano a un prezzo inferiore a quanto vale veramente. Non sono capaci neanche di fare affari, ecco com’è. Sono stupidi come l’acqua.

 


 

 

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