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È già passato più di un anno dalla morte di Emanuele Luzzati:
se si guardano però i suoi disegni, le sue scenografie, i suoi oggetti
teatrali, a tutto si penserebbe tranne che alle opere di qualcuno che non cè
più. La loro carica vitale, la loro freschezza dinvenzione, la loro
allegra rivolta nei confronti di ogni convenzione sono tali da riaffermare davvero
senza sosta limpressione di uneterna giovinezza creativa. In questo
periodo, gli amici lo hanno ricordato con una serie di mostre e iniziative, che
neppure per un attimo hanno assunto una solennità celebrativa: anzi, cera
solo da stupirsi che lui stesso non fosse lì ad aggiungere allultimo
momento uno dei suoi adorati e onnipresenti Pulcinella.
Ad aiutarci a fare il punto su questo talento molteplice e per molti versi unico
sono state, in particolare, due belle esposizioni dei suoi materiali di lavoro:
una, intitolata Candido, ovvero Emanuele Luzzati, glielha dedicata
il Teatro della Tosse, di cui con Tonino Conte è stato fondatore e direttore
artistico. Nellex chiesa di SantAgostino, proprio di fianco al teatro,
Emanuele Conte, figlio di Tonino, ha raccolto scene, costumi, pupazzi realizzati
per una serie di spettacoli della spigliata compagnia genovese. Laltra,
al Teatro delle Passioni di Modena, documentava invece il proficuo rapporto col
Teatro Gioco Vita, lunico gruppo italiano che si sia dedicato a una forma
espressiva tipicamente orientale quale il teatro dombre.
Pur avendo collaborato sempre con le grandi istituzioni, dalla Scala al Carlo
Felice, Luzzati propendeva infatti istintivamente per situazioni più aperte
e informali, fuori dai rigidi apparati produttivi. Difficilmente, credo, avrebbe
potuto assoggettarsi alle esigenze di algidi demiurghi della scena con lansia
dellassoluta perfezione estetica: per questo preferiva confrontarsi con
personalità che avvertiva più vicine ai suoi metodi, come Tonino
Conte, appunto, come Aldo Trionfo, al quale lo ha legato un lungo sodalizio, o
Egisto Marcucci, con cui tra laltro nel 79 ha curato un sorprendente
allestimento della Donna serpente di Gozzi, tutta maschere, trucchi, e
mirabolanti trasformazioni a vista.
Il ruolo dello scritturato, dello scenografo con una mera funzione di servizio
gli stava certo stretto. Lui il teatro non voleva limitarsi ad arredarlo,
ma in qualche modo lo faceva totalmente. Così, se non trovava le situazioni
giuste nelle quali intervenire, contribuiva a farle nascere: prima ancora che
al Teatro della Tosse, aveva dunque dato vita nel 57 con Aldo Trionfo a
una mitica cave genovese, La borsa di Arlecchino, i cui spettatori scoprivano
Beckett, Genet e Ionesco. Con Franco Enriquez, Valeria Moriconi e Glauco Mauri
aveva invece formato nel 60 la Compagnia dei Quattro, una storica formazione
privata che si distinse per le proposte intelligenti e anticonformiste.
La mostra di Genova, ideata come un percorso lungo passerelle, scale, balconate
che portavano il pubblico a contatto ravvicinato con quelle tracce di unattività
che copre un paio di decenni, consentendogli addirittura di toccarle, e persino
di entrarvi dentro, testimoniava lanima per così dire più
tradizionale di Luzzati: qui prevaleva la sua passione per le risorse del teatro
di una volta, i fondali di tela dipinta, i finti siparietti, i teatrini dei burattini,
tutti reinterpretati col suo gusto giocoso, affettuosamente stilizzato. è
la stessa impronta volutamente un po retrò che caratterizza daltronde,
come si può vedere tuttora in Sei brillanti-Giornaliste Novecento,
il suo lungo cammino con Paolo Poli, un altro artista atipico come lui, imprevedibile,
fuori dai canoni.
Quando si parla di tradizione, nel caso di Luzzati, si usa un termine ovviamente
improprio, perché lui quegli ingenui reperti del passato li reinventa,
se ne impossessa maliziosamente, li piega al proprio instancabile istinto ludico:
basta vedere la bellissima Ruana, gigantesca donna-teatrino le cui
quinte, allargandosi, svelano paesaggi fantastici e stralunate figure umane. Basta
vedere le innumerevoli costruzioni scenografiche che si aprono e si chiudono come
pagine di enormi libri. In quasi tutti gli elementi esposti, del resto, si notavano
cardini, cerniere, raccordi metallici, perché tutti erano pronti per essere
ripiegati, ridotti, umilmente adattati alle dimensioni dei palcoscenici più
diversi.
Uno spazio particolare, nel suo universo, ce lhanno gli animali, presenze
benevolmente estranee che osservano beffarde o indifferenti la realtà umana:
che siano creature esotiche e ingombranti, come lenorme pescecane di Collodi,
che ha persino una tendina di tela rossa a coprirne le fauci minacciose, o limponente
elefante cavalcato da due bambini vittoriani apparso in un omaggio alle opere
di Gilbert e Sullivan, o che siano entità più familiari come i cani,
gli uccellini, i numerosissimi cavalli che si affacciavano per ogni dove
cavalli a dondolo, cavallini giocattolo, cavalloni da affresco medioevale
hanno in genere il compito di introdurre nellazione un alone remoto e favoloso.
Tutto sommato, anche una semplice scorsa alla lista dei titoli di questi spettacoli
che lui forse non ha scelto, ma in cui ha lasciato il segno, la dice lunga sullidea
che aveva del teatro: da Il conte Chicchera di Goldoni alla Storia vera
di Piero dAngera che alla crociata non cera di Dario Fo, da Il
castello di carte ovvero Il mistero dei tarocchi alla Leggenda aurea
di Jacopo da Varazze, da Nel campo dei miracoli o il sogno di Pinocchio a Faust
Circus, a Sandokan, Yanez e i tigrotti della Malesia alla conquista
della Perla di Labuan, un excursus nei romanzi di Salgari, rappresentati in
un tinello umbertino, rimbalza il senso di un approccio argutamente scanzonato,
lontano da qualunque intento aulico.
Luzzati prediligeva giustamente quel genere di copioni che più ne assecondava
linventiva lunare e sorridente. Non si deve tuttavia pensare che nel suo
denso itinerario artistico vi fosse posto solo per Il flauto magico, lopera
non a caso rivisitata in tante chiavi diverse. A volte non ha anzi disdegnato
testi dallimpatto più cupo e sanguinoso: nella sua carriera figurano
ad esempio alcuni exploit scespiriani, come il truculento Titus Andronicus
che Aldo Trionfo, nel 68, volle ambientare in un giardino vittoriano affollato
di ragazzini, o Vita e morte di re Giovanni, diretto dallo stesso regista
nel 73 allo Stabile di Torino, che si svolgeva su una serie di luccicanti
carri simili a bizzarri monumenti semoventi.
Nella mostra del Teatro Gioco Vita che comprendeva anche brevi momenti
di spettacolo, e un piccolo laboratorio a disposizione dei visitatori si
coglieva invece un Luzzati più sperimentale, più curioso
di addentrarsi in territori inesplorati: linizio di questo viaggio era avvenuto
nel 1978, quando il grande scenografo, già cinquantasettenne, aveva incontrato
quel giovane gruppo piacentino ai primi passi, ancora incerto sulle proprie reali
prospettive, ma ben deciso a trovare unautonoma via per approdare a quel
teatro dombre sagome piatte proiettate su uno schermo in controluce
le cui tecniche e suggestioni erano state fino ad allora appannaggio di
maestri indiani o giavanesi.
Lesordio si era rivelato piuttosto difficile, e il primo spettacolo, Il
barone di Münchhausen, dal celebre racconto settecentesco di Rudolph
Erich Raspe, si era quasi risolto in un disastro: cerano voluti tutto il
coraggio dei fondatori e tutto lentusiasmo di Luzzati, affiancato anche
in quellavventura dal fedele Tonino Conte, per riuscire a risollevare le
sorti dellimpresa. Attraverso una serie di spettacoli, dal Mostro turchino
ai Tre grassoni, a Gilgamesh, allOdissea, fino al culmine
della Boîte à joujoux di Debussy, si era messo a disegnare
delle deliziose sagome colorate sempre più sofisticate, dei veri e propri
personaggi tridimensionali, delle incantevoli baracche, dei magici
teatrini.
Lesperienza del teatro dombre, evidentemente, ben si addiceva a quel
suo immaginario incline ai climi fiabeschi e alle trovate sorprendenti. Dava sfogo
alla sua passione per fantocci e burattini, consentendogli però di ridurli
a una piatta bidimensionalità, e di immergerli in sfumate trasparenze.
Per certi aspetti, costituiva forse una sorta di equivalente teatrale di unaltra
forma espressiva che gli era cara, il cinema danimazione, ma con mezzi più
semplici e dimessi, come piaceva a lui. E chissà quanto si era divertito
nel creare certi effetti speciali, come il ligneo cavallo di Troia
alto tre metri e lungo altrettanto.
Non avrebbe senso, tuttavia, stabilire delle astratte distinzioni tra un Luzzati
che progettava ambienti per gli attori in carne e ossa e un Luzzati che disegnava
silhouette da manovrare dietro un telo, come non avrebbe senso distinguere
un Luzzati scenografo da un Luzzati pittore. Diplomato allécole des
beaux arts di Losanna, dove si era rifugiato a causa delle persecuzioni razziali,
era giunto al teatro per innata vocazione, ma senza trascurare le proprie doti
di ceramista, decoratore, scrittore. Gli piaceva molto illustrare i libri per
adulti come il Decamerone, da cui Conte aveva tratto uno spettacolo
e le fiabe per bambini. Questultima attività soprattutto sembrava
riflettere le sue inclinazioni più profonde.
In ognuno degli aspetti della sua creatività si rifletteva in ogni caso
una comune ispirazione, sempre nitida, leggera, e un comune retroterra culturale:
non cambiava, di fondo, e sostanzialmente non era mai cambiato, quel suo segno
grafico ilare e pungente, quella sua tenerezza spensierata, gioiosamente infantile,
appena venata a tratti da una vaga ombra di nostalgia. Dietro ai suoi lavori si
avvertiva il richiamo ai cartelloni variopinti dei cantastorie, alle illustrazioni
ottocentesche, ai quadri naïf. Ma cera sempre implicito per
lui ebreo, orgoglioso delle proprie radici anche un tacito riferimento
ai trasognati violinisti sul tetto di Chagall.
Luzzati amava i materiali poveri, la cartapesta, la latta, gli stracci dipinti.
Amava gli oggetti duso che diventavano altre cose, come le scatole di cartone
che si trasformavano in sbilenche imbarcazioni in un lontano Marco Polo,
o come i mobili da rigattiere, sedie, armadi, comodini che per anni ha accumulato
alla ribalta a evocare montagne e vallate. Negli anni dellascesa del teatro
di regia, dei grandi allestimenti di Strehler e di Visconti, lui praticava già
una sorta di scoppiettante antiscenografia che ne faceva un mite ma inflessibile
ribelle. Per questo è stato uno dei più grandi, e fra i grandi di
sicuro il più estroso e originale.
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